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In una recente intervista, Nicolas Winding Refn ha tuonato contro Alien ed i suoi autori, affermando come: “Terrore Nello Spazio è il film da cui Scott e O’Bannon hanno rubato le idee per il primo Alien!”.

Affermazione che agli spettatori più navigati non ha di certo causato scossoni o mancanze di sonno. Perché chiunque abbia dimestichezza con il cinema di Mario Bava sa dell’immenso debito di ispirazione che il capolavoro di Ridley Scott deve ad uno dei suoi exploit meno noti.

Eppure, questa mancanza di originalità non deve intaccare la caratura di Alien, sia per il suo valore in sé che per l’impatto che ha suscitato a seguito della sua uscita, in un ormai remoto 1979.

Il motivo dell’incredibile importanza che ancora oggi riveste è dovuto a due fattori essenziali: l’incredibile lavoro di messa in scena e l’encomiabile e perfetta ibridazione tra generi.

Alien è, su di un piano visivo, un perfetto esempio di hard sci-fi, dove le derive fantasy e fiabesche che in quegli anni andavano di moda a seguito del successo di Guerre Stellari, trovano completa sconfessione. Gli elementi fantascientifici, sia sul piano estetico che su quello narrativo, sono ripensati da capo; unico omaggio alla tradizione è dato dall’inclusione del computer Mother, vero villain del film erede del mai dimenticato HAL9000 di kubrickiana memoria.

Reinvenzione che comincia dal setting. L’astronave Nostromo non è il vascello lindo e sicuro che anni di Star Trek hanno consegnato alla memoria collettiva, bensì un crogiolo di corridoi bui e claustrofobici, dove la tecnologia che la compone appare viva, quasi un coacervo di organi impazziti che si riproducono come tumori lungo i camminatoi in penombra. Così come l’astronave aliena è la perfetta incarnazione del concept tecno-organico dell’arte di H.R. Giger: un essere vivente dove gli orifizi sostituiscono i portelli.

Sguardo iconoclasta che tocca anche la forma di vita artificiale, l’androide Ash, il quale non è un “uomo di latta”, ma un organismo organico completo, i cui organi sono flaccidi e ricoperti di una sostanza lattiginosa, in un concept lontano anni luce, ad esempio, dal Klaatu di Ultimatum alla Terra o dalla Maria di Metropolis.

Ancora più essenziale è, naturalmente, il lavoro svolto sulla figura dell’alieno, anch’esso esempio magistrale dello sguardo gigeriano: una creatura ibrida tra sintetico ed organico, la cui fisicità rilegge in chiave orrorifica la sessualità maschile per trasformala in una perfetta matrice distruttiva.

L’alieno diventa, anche sul piano narrativo, l’incarnazione perfetta di alcune delle paure più ataviche dell’essere umano: la più scontata è la paura del buio, con la creatura persa tra le ombre nei cunicoli dei condotti di areazione. Molto più sottile è invece la paura del corpo impazzito, il “body horror” incarnato dall’incredibile scena del parto, nel quale il feto fagocita l’organismo ospite distruggendolo per venire alla luce. Ancora più sottile, è nel finale la trasformazione dell’alieno in feticcio sessuale, che con la sua mandibola minaccia Sigourney Weaver impersonando la paura della penetrazione, non un mix di eros e thanatos, ma la rilettura del genere maschile come entità prettamente distruttiva.

Ridley Scott, dal canto suo, all’epoca dirigeva il suo secondo lungometraggio, il primo con un budget hollywoodiano, dimostrando una mano sicura. L’uso del montaggio veloce oggi può risultare ordinario, ma per l’epoca era semplicemente rivoluzionario.

Il suo stile porta ad una costruzione delle scene di tensione semplicemente ottima. La tensione cala poco alla volta, con un ritmo lento, per poi esplodere all’improvviso, lasciando però le parti più cruente spesso fuori scena (da antologia la morte di Dallas, che culmina in un’apparizione quasi subliminale dell’alieno). Il jump-cut diviene qui perfetto strumento per destabilizzare l’attenzione dello spettatore, lasciandogli solo intuire l’avvenuto massacro (la morte di Parker e Lambert, basata esclusivamente sui primi piani dei personaggi e sul movimento della mandibola dell’alieno).

Mentre l’atmosfera viene caricata grazie ad un uso magistrale delle scenografie e della fotografia: gli ambienti divengono sempre più bui e claustrofobici man mano che la pellicola procede, la luce è sempre più scarsa, quasi in un omaggio al cinema gotico classico.

Quella di Alien è quindi una rielaborazione di clichè e idee già preesistenti, unita ad un gusto per la fusione tra registri. Un post-modernismo totale, che nelle mani di Ridley Scott diviene pura modernità nella messa in scena.

E questa è Arte.